
L’ incipit all’Opera la potrei inizia’ così:
“È inutile che pianti qua crescheno solo pioppi” disse nonno.
“Tié! Guarda qua!” Spaccheggiando il manone da na vita in macelleria sul giovane pioppo al suo fianco, col suo tipico savoir-faire trasteverino, freccia perculante scoccata verso la pora mamma che di ostinata ciociaria, china sulla sulla sabbia, piantava insalate e cicorie nel suo giardino.
La scena tornò vivida nella mia mente, mentre osservavo quel pioppo ormai più alto del palo della luce. Avevo appena impugnato la motosega per sfoltire quella sua immensa chioma ma rinfoderai quel rumoroso e comodo arnese per imboccare la via della sega.
🍻 La fatica è il sale della vita, a te nonnone, guardiano della soglia!
Er giorno dopo
venne Riccardo a trovarmi, fa er postino, l’unico compagno a bussare alla mia porta dopo l’addio al mondo nel pallone. Fa il postino.
Parlando del più e del meno, tra il caos del giardino della soglia, del caos dei giorni nostri, davanti a quel cumulo di cenere, sedimenti cartacei contabili de immense fatiche passate, ho ripensato alla città vecchia de Andrè e j ho detto a Ricca’
Eh
Chi avvelena i pozzi è er nemico.
Europa, America, Italia, università, meritocrazia e leccaculo destra e sinistra… so solo parole.
Silenzio.
Pe me ce stanno solo cose da fa. E da fa bene. Come cor calcio. Ho provato in tutti i modi a favvelo capi ma voi siete boni solo a gioca’ con le sedie. E a turno uno rimane cor culo scoperto e così se chiede smarrito: e mo ? Chi so io ?
Er profumo de n cavallo selvaggio te dice na reclame. Er cattivo cor Rolex ar polso n video su tikketokke.
Ma mo te vojo di Ricca’: se voi capi cerca de capi che semo cani dietro a n cancello che hanno abbaiato ad ogni ombra sulla strada. Ma mo immagina quer cane che je n filano dito ar culo mentre se stava d avvelena su n altro abbaglio e vola via in cielo, sussussu in alto!
Poi pia na pizza dar vento che je resetta er tempo, aritorna indietro al dì che Romolo e Remo fecero quel solco. Poi pia nartra pizza, er rovescio, che fa riparti er tempo ma stavolta core come er vento e tutto procede come che dentro a n secondo ce ne so più de cento, o più de mille. Famo che ogni secondo se soffia via cento anni: quer cane lassù che mo guarda giù, Ricca’, che vede?
N solco diventa n muro, poi n agglomerato, strade arterie rami se diramano e via dar centro boom più de altri cento… che vede Ricca? Vede n’ essere vivente. Come quer pioppo là.
Poi aricasca giù, se rimette davanti ar cancello ma non penso che abbaglia più Ricca.
